HIMALAYA -  On the Footsteps of Ippolito Desideri

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<Il Tibet è stato l’ultimo avamposto delle esplorazioni. Giovanni da Pian del Carpine lo chiamava “Thabet”, Marco Polo “Tebet” e Odorico da Pordenone, che pure secondo alcuni vi avrebbe messo piede, lo battezzava “Tobod”. Generazioni di geografi non erano mai neppure riuscite a collocarlo in qualche mappa. La leggenda del Prete Gianni vi aveva fatto confluire l’idea di dimenticate comunità cristiane, e senza di loro difficilmente Ippolito Desideri sarebbe stato artefice di un epico viaggio attraverso la catena himalayana. 
Furono i missionari i primi ad interessarsi del Tibet e il loro mentore può essere considerato il Gesuita Portoghese Antonio de Andrade. Nell’ agosto del 1624 arrivò fino a Tsaparang, capitale del regno di Guge, nel Tibet occidentale, alla ricerca di cristiani al di là dell’Himalaya. La missione avviata da Andrade rappresentò un punto di partenza a cui i Gesuiti non vollero più rinunciare. Le utopie dei gesuiti dovettero fare però i conti con i cappuccini che all’inizio del XVIII secolo ottennero dalla Propaganda della Fede l’esclusiva per tutte le missioni con destinazione il Tibet. E’ qui che entra nella storia un giovane gesuita pistoiese, Ippolito Desideri, che colto dalla vocazione missionaria nel marzo del 1713 si imbarca da Lisbona “destinato espressamente a proseguire la Missione del Thibet cominciata da Antonio de Andrade”. Sbarcato a Goa, raggiunge Nuova Delhi dove gli viene assegnato, quasi a sorpresa, un compagno di viaggio: il portoghese Manoel Freyre. Tra i due non ci fu mai feeling, ma da buoni cristiani il 24 settembre del 1714 partirono per il Tibet seguendo un itinerario che oggi possiamo definire leggendario, ma sulla cui scelta pesano alcune ombre. Probabilmente viaggiavano in incognito perché i cappuccini “non dovevano sapere”, secondo alcuni addirittura sbagliarono strada. La loro destinazione era il Tibet per proseguire la missione di Antonio Andrade e l’itinerario di Andrade, attraverso il Mana-la, partì dal villaggio di Srinagar nel distretto del Garwal nel Nord dell’India. Forse la segretezza della missione fece sì che i due missionari evitarono di far domande e si incamminarono verso un’altra Srinagar, ben più conosciuta: la capitale del Kashmir. O forse fu una scelta ponderata: la geografia del Tibet era sconosciuta e come ci racconta lo stesso Desideri, all’epoca esistevano tre Tibet che includevano anche regioni come il Baltistan e il Ladakh che di fatto confinano con il Kashmir. Dopo essere arrivati a Lahore abbandonarono le pianure del Punjab per raggiungere i primi contrafforti della catena himalayana. Dovettero scalare le scoscese pendici dei monti Pir Panjal, attraversando impetuosi e gelidi torrenti, un’esperienza che come raccontò Desideri “talvolta lo sbigottì”. Sebbene provati nel novembre del 2014 arrivarono a Srinagar dove dovettero attendere fino alla primavera del 2015 prima di riprendere il cammino. In compagnia di guida, interprete e portatori partirono per un viaggio verso l’ignoto che iniziò con la scalata dello Zoji-la, un passo a 3500 metri di altezza che ancora oggi incute timore. Un viaggio, come dirà Giotto Dainelli, verso le “gole selvagge dell’Indo, incise come a gran colpi nella compatta massa rocciosa dei monti” oltre la quale li attende, “la desolazione sconfinata degli altipiani tibetani, gelidi e nudi, battuti dalla raffica dei venti”. Superato lo Zoji-la, i due gesuiti discendono nel Baltistan, che Desideri chiama anche piccolo Tibet, ma che era già islamizzato e dipendente dall’impero moghul. In breve passano nel Ladakh (che Desideri chiama anche secondo Tibet e che oggi è invece detto “Piccolo Tibet”), giungendo nella capitale Leh il 26 giugno del 1715. Il nome di Desideri è solitamente accostato al Tibet, ma sicuramente non di minor valore è il contributo che lui ha dato alla conoscenza del Ladakh di cui fu il primo occidentale a darne una descrizione.
Il paese è tutto montuoso, assai sterile e non molt’abitato. […] Il vitto di quelle genti consiste in carne e farina d’orzo abbrustolito. La loro bevanda è il Ciang [chang], ch’è una specie di birra fatta del medesimo orzo […] Bevono ancora più volte al giorno il thè... Il loro naturale non è niente fiero, ma più tosto docile, umano, allegro e affabile. Hanno molti conventi, e gran numero di religiosi, capo de’ quali è un Lamà principale, il quale per sostener quel posto deve per alcuni anni esser stato a studiare in qualche università del terzo e massimo Thibet. 
I due missionari si fermano a Leh quasi due mesi e sono ben accolti dal re Nyima Namgyal. Desideri si trova a suo agio ed è fortemente tentato di rimanere in un luogo nel quale ha riscontrato umanità, una profonda religiosità e una grande e rispettosa tolleranza religiosa. Proprio questa lo convince che potrebbe fondarvi una missione, anche perché qui i cappuccini non avrebbero nessuna voce in capitolo. Freyre però non è d’accordo. Lui detesta il Ladakh ed è duramente provato dal viaggio. Vorrebbe tornare indietro, ma non percorrendo la strada a ritroso. Cerca di informarsi sui possibili itinerari ed è così che viene a sapere dell’esistenza di un terzo Tibet dove ci sarebbero altri europei e forse anche dei missionari. La notizia lo riporta all’obbedienza e si convince di proseguire la “missione”. A malincuore Desideri deve obbedire. Il 17 agosto del 1715 riprendono la marcia verso il terzo Tibet attraversando dapprima pianure malsane «parte occupate da acque morte e putride, e parte ripiene […] di stagni di acque sulfuree». Sono i campi sulfurei di Puga intorno al lago Kar che due secoli dopo furono visitati anche da Giuseppe Tucci. Oggi è l’ultimo avamposto del Ladakh, ma già all’epoca era un luogo di confine da dove iniziava il terzo Tibet. Nonostante fosse estate, dopo venti giorni di viaggio arrivano a Tashigang “esausti per il freddo”. Qui inizia il vero altopiano tibetano, l’ignoto è il vero confine, ma né Desideri né Freyre lo sanno. Sicuramente non avevano nessuna idea di dove si trovassero e soprattutto delle distanze da percorrere. Probabilmente non sarebbero mai sopravvissuti, ma a volte la fortuna offre occasioni uniche, soprattutto a quelli che osano e loro avevano osato. La frontiera era presidiata da un esercito di Tartari e il comando era nelle mani di una principessa mongola dopo che il marito era improvvisamente deceduto. Proprio in quei giorni la principessa aveva deciso di tornare verso Lhasa ed i due missionari hanno un colpo di fortuna: riescono ad aggregarsi alla carovana. Inizia così un viaggio in luoghi dove mai nessun europeo aveva messo piede. Il 9 novembre entrano nel bacino del Sutlej in una zona di impressionante bellezza e grande richiamo spirituale: Tal luogo […] è appresso i paesani di molto rispetto e venerazione, […] V’è quivi fuori di strada un monte sterminatamente alto, molto largo di circuito e alla sommità ricoperto dalle nuvole e da perpetue nevi e ghiacci, e nel resto molto orrido, scabroso e rigido per l’acerbissimo freddo, che in esso fa. […] I Thibetani vanno con molt’incommodo a far il giro di tutto quel monte [oltre cinquanta chilometri], che richiede alcuni giorni, e in ciò stimano di conseguir grandissime (per così dir) indulgenze. Questa è la descrizione che Desideri ci ha lasciato del sacro Kailas e della circumambulazione (kora) che si svolge intorno alla montagna. La carovana si ferma due giorni nella pianura adiacente e Desideri ha la possibilità di osservare un altro luogo di grande spessore spirituale: il Lago Manasarovar. “Più innanzi [passarono] una  pianura chiamata Retoa o Redoc, dove è un gran lago che ha il circuito di alcune giornate giornate di cammino e da cui stimasi che abbia la sua origine il Gange”. Come ha riconosciuto anche Sven Hedin, Desideri è il primo esploratore che si pone il problema delle sorgenti dell’Indo e del Gange. Queste indagini erano per lui secondarie e la sua conoscenza geografica certo limitata, ma proprio questo ci fa capire lo spessore del personaggio. Il suo spirito di osservazione toccò l’apice in occasione di un valico a 5000 metri dove realizzò che il mal di montagna era dovuto alla “sottigliezza dell’aria” a causa dell’altitudine e non a malefici o esalazioni del terreno come sostenuto da molti anche nel secolo successivo.
L’itinerario prosegue nella desolazione sconfinata degli altipiani tibetani dove anche oggi gli incontri sono rarissimi. Non ci sono case e i pochi nomadi sono dispersi in un paesaggio arido e privo di vegetazione. Il viaggio è durissimo, Desideri non ne fa mistero: ci dividevamo chi in qua chi in là per andar a raccoglier lo sterco secco de’ bestiami, per far il fuoco e cucinare.… Il letto era una pelle stesa in terra e il capezzale la sella del cavallo. La notte era più tosto un cessamento dal travaglio che un prender riposo, non dando a ciò molto luogo né l’asprezza del gran freddo né la molestia più ch’ogni altra cosa intollerabile delle schifezze cagionate dalla qualità del vestire. Così continuammo con quel tenue vitto che ho detto per più mesi senza mai spogliarci. L’altopiano appare sterminato, ma finalmente il 4 gennaio del 1716 arrivano a Saka dzong un piccolo villaggio dove possono rifocillarsi e riprendersi. A causa della malattia della principessa si fermano per 24 giorni prima di ripartire e raggiungere la città-monastero di Sakya e successivamente Giegazzè (Shigatze), la capitale dell’antico regno di Zzang. “La città poi di Giegazzè è situata in una gran pianura in vicinanza d’un monte. È molto piena di popolo, non solamente di Thibetani, ma ancora di Tartari, di Cinesi, di mercanti di Cascimìr, dell’Hendustàn e di Nepàl et è luogo di molto traffico e ogni giorno vi è mercato. Vi risiede uno de’ principali governatori del Thibet con altri ufficiali, ministri regj e soldati di presidio della fortezza”. Il peggio è passato e finalmente il 18 marzo del 1716 i due gesuiti arrivano a Lhasa: “tre anni, cinque mesi e ventidue giorni dopo la mia partenza da Roma; due anni e quattro mesi dopo la partenza da Goa; un anno e quasi sei mesi dopo la nostra uscita da Delly; e dieci interi mesi dopo d’esser partiti da Cascimìr; a’ 18 di marzo dell’anno 1716, vigilia del glorioso patriarca S. Giuseppe, col favor divino arrivammo alla città di Lhasà, capitale del terzo e Massimo Thibet, termine di sì lungo viaggio e luogo da me stabilito e prefissomi per incominciar la mission di quel regno”. Dovettero passare 188 anni prima che qualche altro europeo (la spedizione militare inglese guidata da Rawling e Ryder n.d.r.) ripercorresse in parte quell’itinerario.
Una volta giunto a Lhasa Desideri non fece mistero dei suoi propositi missionari e pur di riuscire fece uno sforzo forse superiore a quello del suo viaggio. Frequentò il monastero di Sera, che ancora oggi è un punto di riferimento per il noviziato dei monaci. Sebbene privo di dizionari o grammatiche si impadronì della lingua tibetana iniziando a studiare la religione e il sistema filosofico buddhista. Scrisse 5 libri in tibetano che ne fanno un autentico pioniere del dialogo interreligioso. Se i suoi scritti non fossero rimasti nascosti per oltre due secoli le sue conoscenze avrebbero potuto cambiare il corso degli studi orientali, tanto che Fosco Maraini lo definì “un Marco Polo dello spirito.” 
Pochi mesi dopo il suo arrivo a Lhasa un gruppo di missionari cappuccini guidati da Orazio della Penna giunse in città e non fu certo felice di incontrare il gesuita. La contesa tra ordini religiosi “concorrenti” andò avanti nella vicendevole sopportazione, ma i cappuccini avevano dalla loro la Sacra Congregazione della “Propaganda Fide” a cui si rivolsero per risolvere il conflitto. Nel frattempo l’invasione dei mongoli Dzungari costrinse i missionari a fuggire e rifugiarsi in una remota zona a sud est del paese. La vera disfatta per Desideri fu però l’ordine impartito dalla Propaganda Fidae di lasciare il Tibet. Cercò di opporsi, ma anche se a malincuore nel 1721 dovette eseguire l’ordine e il 27 dicembre giunse a Katmandù. Dopo alcuni anni trascorsi in India, nel 1728 tornò a Roma con la speranza un giorno di ritornare. La Compagnia di Gesù era però caduta in disgrazia tanto che gli fu proibito anche di pubblicare, pena la scomunica, la relazione del suo viaggio (600 pagine manoscritte) già pronta per le stampe. Desideri cercò di opporsi, ma la diatriba con i Cappuccini proseguì senza mezzi termini tanto da minarne anche la salute. Il 13 aprile del 1733 morì a Roma e il prezioso manoscritto con il resoconto del suo viaggio rimase occultato per oltre due secoli e mezzo. Ritrovato casualmente negli ultimi decenni dell’Ottocento fu reso noto solo nel 1904, quando l’orientalista fiorentino Carlo Puini ne pubblicò una parte nelle Memorie della Reale Società Geografica Italiana. La prestigiosa Hakluyt Society di Londra ne acquistò anche una copia per pubblicarlo, ma per ragioni ancor oggi sconosciute non fu mai dato alle stampe. Negli anni ‘30 Filippo De Filippi finalmente riuscì a farlo pubblicare in Inghilterra, ma per vederlo in lingua italiana bisogna aspettare gli anni 50 quando il grande orientalista Luciano Petech lo inserisce nella monumentale opera del Nuovo Ramusio. In edizione numerata e oggi quasi introvabile. Se Desideri fosse nato in un paese anglosassone sarebbe ricordato nei libri di storia, da noi invece è un illustre sconosciuto. Recentemente però la sua città natale gli ha dedicato un convegno internazionale e una mostra nell’ambito delle iniziative per Pistoia capitale della cultura 2017. Si è cercato così di far conoscere la figura di questo “esploratore per causa di fede” che finalmente dopo tre secoli ha visto riconosciuto il valore del suo viaggio, che come scrisse Sven Hedin era “meritevole di rendere il suo nome famoso per sempre”.

 

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